ALTOPASCIO Due testimoni in aula per la morte di Simone

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LUCCA. Simone Pardini, il 16enne morto il 3 agosto 2015 mentre percorreva la via Romana tra Montecarlo e Altopascio insieme all’amico Nicola Parenti, oggi 21enne, fu tamponato nella parte sinistra della bicicletta da corsa e sbalzato in aria per una decina di metri dal camion guidato da Cerbone Palmieri, autista 43enne di origini campane ma residente a Pescia. Il corpo del ragazzo, rimasto incastrato sotto la ruota anteriore destra del mezzo pesante, fu trascinato per alcune decine di metri dopo l’impatto.


In seguito al tragico incidente, ricostruito anche con i rilievi della polizia municipale di Altopascio, la procura della Repubblica chiese al giudice delle indagini preliminari di rinviare a giudizio per omicidio colposo l’autista, dando il via al processo che ieri ha vissuto un’udienza importante.


Due testimonianze, infatti, hanno permesso di ricostruire la dinamica del sinistro. La prima è stata quella dell’allora comandante della polizia municipale di Altopascio, Domenico Gatto, che ha illustrato i rilievi effettuati il 3 agosto sulla via Romana. Secondo quando dichiarato da Gatto, Pardini fu investito all’altezza del bivio per Badia Pozzeveri. L’ex comandante ha sostanzialmente confermato come la bicicletta di Pardini fu tamponata dal tir guidato da Palmieri. L’effettivo bloccaggio della ruota posteriore sbalzò Simone Pardini in avanti di almeno una decina di metri. L’impatto al suolo fu probabilmente fatale, anche se, il giovane campione di mountain bike probabilmente era già deceduto dal tamponamento ricevuto, venne trascinato per alcuni metri dalla ruota anteriore destra del camion.


L’altra testimonianza è stata quella di Nicola Parenti che quel giorno si stava allenando con la vittima. Parenti ha confermato come i due viaggiassero sì affiancati a distanza di pochi centimetri e comunque entro i limiti della carreggiata. Simone, infatti, sarebbe stato proprio a ridosso della riga bianca a bordo strada. Altro elemento importante è legato alla frenata. Parenti, infatti, ieri ha affermato di fronte al giudice di aver sentito il mezzo pesante inchiodare solo dopo aver travolto l’amico. Una dichiarazione che è stata poi messa al vaglio anche del legale di Palmieri, l’avvocato Giovannelli del foro di Pistoia.


Proprio Giovannelli ha confermato come il suo cliente, che non si è presentato in aula per l’udienza fissata nella giornata di ieri, sia ancora sconvolto e non riesca a darsi una spiegazione di quanto accaduto il 3 agosto di due anni fa.Da ricordare che nel febbraio 2016, di fronte al gup Riccardo Nerucci, l’imputato aveva rifiutato il patteggiamento preferendo il processo dibattimentale iniziato il 15 luglio.


Ieri la nuova udienza, con la prossima che si terrà il 20 novembre. Come confermato dal legale di parte civile Andrea Mitresi di Pistoia, ci sarà un tecnico che approfondirà i rilievi della municipale sul luogo dell’incidente e un nuovo testimone che seguiva il camion e per la prima volta darà la sua versione dei fatti.


Il padre della vittima: «Ecco perché l’autista non ha patteggiato»


«L’avvocato di Palmieri anche oggi ha parlato del suo assistito come un uomo distrutto dopo aver provocato l’incidente in cui ha perso la vita mio figlio. Quello che posso dire è che non si è mai presentato in aula e non ha inviato, in oltre 20 mesi da quel 3 agosto 2015, a me e ai miei familiari una lettera di scuse. Per me una forma di mancato rispetto verso mio figlio» . Roberto Pardini, come avvenuto sempre nelle prime udienze del processo a Cerbone Palmieri, ieri mattina era in aula. Ha ascoltato con attenzione le testimonianze dell’ex comandante della municipale Gatto e di Nicola Parenti.


Il giovane che era a pochi centimetri da suo figlio quando quel camion lo travolse cambiando per sempre la sua vita. Alla fine del dibattimento il primo abbraccio è proprio per lui. «Nicola ha vissuto con i suoi occhi quel dramma – spiega Pardini -. Sulla dinamica non credo ci siano molti dubbi. Mio figlio viaggiava praticamente sulla riga destra di delimitazione della carreggiata e non è stato visto dall’autista, forse perché era distratto, non ci può essere altra spiegazione: non si può non vedere due ragazzi in bici su un “drizzone” di 500 metri alle 11 di mattina con cielo sereno e massima visibilità .


Lui dice di non ricordarsi nulla, e il suo “mancato” patteggiamento è figlio soltanto di una volontà di non vedersi

ritirare la patente che gli serve per lavorare» e che solo dopo 3 mesi dall’accaduto gli è stata restituita. «Simone e tutte i ciclisti vittime della strada non si meritano questo, ma questa è la legge italiana o forse questa è la non legge italiana».


Fonte: Il Tirreno

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