[ALTOPASCIO] Conte of Florence, esercizio provvisorio fino al 30 giugno 2019

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LUCCA. Una boccata d’ossigeno e un’iniezione di fiducia per i 177 lavoratori della Conte of Florence, con sede legale ad Altopascio, che da luglio è in regime di esercizio provvisorio portata avanti con grande professionalità dall’amministratore delegato della «Conte of Florence Distribution srl» Carlo De Carolis e dal curatore fallimentare Riccardo Della Santina. Il giudice delegato Giacomo Lucente ha prolungato l’esercizio provvisorio sino al 30 giugno 2019. Un riconoscimento importante. Nei tre mesi trascorsi le vendite sono andate bene. Si parla di introiti pari al doppio dello stesso periodo del 2017. A certificarlo lo stesso comitato dei creditori. Tra l’altro la curatela ha preso in carico altri 8 negozi in affiliazione nel nord Italia.

Inutile però girarci intorno. Se si vuole salvare l’azienda datata 1952 è necessario ottenere il marchio dalla proprietà. Marchio che è in mano alla società bulgara «Pentacompany». Società che, come accertato dall’Agenzia delle Entrate nella relazione ispettiva del 24 novembre 2017, è interamente controllata dalla Cof e ha pagato il corrispettivo della cessione con denaro trasferito dall’Italia alla Bulgaria da un legale vicino alla famiglia che nel 2015 deteneva il 100% della Invest, a sua volta socia della Conte of Florence Distribution srl nella misura del 20,84% sino al marzo 2015.


L’agenzia delle Entrate ha verificato che la «Pentacompany» non ha reale consistenza organizzativa e che la gestione del marchio sui mercati esteri è stata svolta, anche dopo la cessione del marchio, dalla Conte of Florence.


Una cessione, stando all’Agenzia delle Entrate, volta a mettere in sicurezza rispetto al rischio di un nuovo fallimento, il marchio che è l’elemento non riproducibile dell’azienda. Sulla vicenda dello pseudo acquisto del marchio dal gruppo Global Smart Capital Corporation è in corso un’indagine della Guardia di Finanza. In

questo periodo ci sono state trattative tra la proprietà del marchio e la curatela per l’acquisizione del segno distintivo. Ma la proposta di cederlo solo per il mercato italiano è stata ritenuta irricevibile. Senza il 30-40% del fatturato delle vendite all’estero l’azienda non è salvabile.

Fonte: Il Tirreno

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