[NEWS] La Pieve S. Giorgio di Brancoli ed il Brancolino

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La Pieve S. Giorgio di Brancoli ed il Brancolino

 2° Parte

2° Puntata de: “Le Chiese, le Pievi ed i luoghi di Culto della Vale del Serchio

 

 

di Daniele Vanni

 

Da un viaggio, – non parliamo di quelli fatti attraverso le agenzie turistiche di oggi, dove andare alla Svalbard è uguale che andare a Sharm el-Sheikh, tanto di stesso resort o villaggio turistico, si tratta, , stessa prima colazione e menù, dove per vedere un po’ di vita, vera! ci vuole l’animatore (e a volte visto il turismo sessuale anche il…rianimatore!) come su quelle città viaggianti che non sono più navi anche se le chiamano ancora crociere, ma senza mare! si tratta e s’inquina di gasolio la Terra, di rifiuti e gasolio il Mare e di kerosene il Cielo, ma la nostra anima torna sempre la stessa: annoiata, arrabbiata, senza voglia di vivere ed incazzata con gli altri! – da un viaggio vero, fatto per conoscere un paese e genti diverse da noi, solo per entrare più a fondo in noi stessi, non si torna mai uguali!

 

Noi siamo partiti, nell’attraversare il mondo sacro della Lucchesia, da una pieve della Media Valle, e siate precisi, perché la Garfagnana sulla sinistra inizia al Ponte di Campia, cioè dove termina il territorio “fiorentino” di Barga, e sulla destra del Serchio a Turritecava(Tur in longobardo sta per fiumiciattolo o…torrente,mentre due chilometri più a monte c’è “Bolognana” che per quelle genti che venivano dal Nord che  hanno improntato di se stessi questa Valle che invece i Lucchesi considerano un po’ il Sud della Provincia, dove riconoscono, tra questi montanari con le scarpe grosse, anche “qualche cervello fino!” sta per fosso o borro, toponimo che si trova eguale ad Aquilea, dove esisteva un grande castellare, prima Ligure e poi longobardo, –  ad una Pieve arroccata su quell’Altipiano che sa sempre tanto di Garfagnana, dato che riesce a fermare con i suoi 1000 metri, le nuvole provenienti dal Tirreno, dando man forte nelle precipitazioni alle più possenti Apuane che fanno della Lunigiana e dell’Alta Garfagnana una delle zone più piovose ed umide d’Italia.

Tanto che anche l’Ursus Spelaeus della Grotta del Vento si dice soffrisse di artrite!

 

Ma qui siamo già più verso il sole che si alzava su Matraia(secondo me da Mater Matuta, proprio nell’accezione di Dea del Mattino e dell’Alba) e sulla Valle di Gianoe qui sussiste la “presunzione” della preesistenza di un tempio dedicato nientemeno che ad Apollo, che di Sole se ne intendeva, visto che ne trainava il Carro!

Il che mi fa pensare alle velleità delle frazioni, proprio come Ponte a Moriano, dove si racconta di una fronda di benestanti, in pieno boom italiano, forse all’inizio degli anni ’60 si iscrissero in “massa” al Partito Liberale, guidati da un industriale ed un veterinario, con l’intento poi di staccarsi dalla matrigna Lucca!

Come se gli 8005 Comuni di Italia, tutti provvisti di anagrafe (in tempo, di computer!) di vigili urbani (in tempo, di rotonde) e di uffici tecnici con tanto di piani regolatori (dopo i tempi in cui si è fatto costruire appartamenti Luxury del tutto avulsi ma insistenti in una delle parti più belle e verdi del centro storico di Lucca, come del resto si era fatto in Via Beccheria al tempo in cui si era progettato di abbattere un bel pezzo di Mura urbane o centrali idroelettriche accanto a mulini medioevali o il “Genio” Civile addirittura nei giardini di Villa Guinigi!!)!) fossero pochi, poco dispendiosi e spesso, visti i risultati che abbiamo detto: anche rovinosi!

Diverso era al tempo della costruzione della Pieve di Brancoli, dove l’uomo che non disponeva dei mezzi tecnici devastanti di oggi, era più umile e doveva per forza rispettare la Natura!

Se volete la riprova di quello di cui siamo stati capaci, andate poco oltre la Pieve di oggi, risalendo le Pizzorne da Matraia. Qui al Belvedere, potete vedere anche un magnifico luccichio notturno, ma se avete la forza di lanciare quella brutta moneta che è l’Euro a distanza di un chilometro, due o cinque, non abbiate timore: cadrà su un tetto di un capannone. quasi sicuramente abbandonato, una villetta, una casa a schiera…perché la Piana, senza alcun piano “regolatore” è tutta cementificata. Come quella che si scorge dalle alture di Montecarlo. O se salite verso la Collina di Pistoia. E più in là se andate nella romanticissima Via dell’Amore di Fiesole, dove sono scoppiate tante storie di passione, alle quali si è dovuto dar sfogo con una casa e i piccioncini sono andati da un geometra che li ha sicuramente inviati da un politico…e il territorio di Firenze, si distingue a malapena per il Cupolone al centro, ma venendo da Lucca, il suo skyline non si vede più ottenebrato da un Palazzo di Giustizia che in quanto a bruttezza è pari solo alla Tramvia!

Oddio, non è che in quanto a sete di potere i nostri progenitori ci andassero più leggeri di noi: su queste balze che si sforzano di tendere alla Versilia, ma, – lo si vede dall’erba, dai radi ulivi, dal persistere del castagno, pur tra le velleità di qualche pinetina, subito azzerata dai venti freddi, che ci riportano come idea alla Garfagnana appenninica e piovosa, ecco nella Brancoleria di questi poggi scoscesi con la voglia di piovere giù nel Serchio con rade case (la stragrande maggioranza disabitate, in rovina ed in vendita!) e solo alcune “nobiliari” ma, si vede, provenienti da patrimoni minori, è tutto un susseguirsi di pievi di Chiese, come quella di S. Lorenzo che dista da quella oggetto del nostro viaggio di oggi, forse n centinaio di metri in linea di poggi, con una popolazione totale, ai tempi d’oro, se mai ci sono stati per questi “montanari” del Ponte, ad un tiro di schioppo dal Giannotti, ma con un piede che sembra all’Abetone! e poi altre chiese ed amplissime canoniche, a ponte con la canonica per non far prendere umido ai monsignori…insomma una volontà estrema di “marcare” con la Fede il territorio che sa solo di potere e dominio, poco di religiosità e necessità di luoghi di culto per gente che forse tutta assieme sarà assommata a qualche centinaio!!

 

Ma rifacciamoci gli occhi e l’anima con il passato…

 

 

I Longobardi, S. Arcangelo e S. Giorgio

(che sono poi l’uno la trasposizione dell’Altro!)

 

                  Formella del S. Giorgio che uccide il drago     Petrella Tifernina, chiesa di San Giorgio martire.

 

 

Una antica saga longobarda racconta che in tempi remotissimi la terza parte del popolo dei Winnili abbandonò le sedi originarie della Scandinavia sotto la guida di due principi fratelli, Ybor ed Aione, e della loro madre Gambara, che aveva la facoltà di parlare con gli dei. In una terra vicina al mare, nella parte settentrionale dell’attuale Germania, furono affrontati dai Vandali che intimarono loro la sottomissione. I guerrieri winnili erano pochi ma valorosi, pronti anche a morire pur di non sottomettersi.

Gambara allora si rivolse a Freia, moglie di Wotan1, signore degli dei, chiedendo la vittoria per il suo popolo.

Seguendo i consigli di Freia i guerrieri winnili si disposero all’alba in modo da avere il sole alle spalle ed insieme a loro si posero le donne con i capelli sciolti lungo le guance, in modo da sembrare uomini con la barba lunga. Poi Freia girò il letto di Wotan verso oriente e lo riscosse dal sonno, di modo che il dio esclamò:‘Chi sono queste lunghe barbe?’. Freia allora lo esortò: ‘Come hai dato loro il nome, dà ad essi anche la vittoria!’

Nella leggenda che dà origine al nome e alla prima vittoria dei Longobardi si evidenzia il timore ed il rispetto particolare che questo popolo aveva per Wotan, dio della tempesta e della guerra e signore degli dei e degli uomini.

I cui tratti del Dio Cieco, lo diciamo subito, anche negli sforzati occhi per contrapppasso!! si ritrovano nel nostro Brancolino!

Dopo aver vissuto per circa quattro secoli (I-IV sec. dopo Cristo) nei territori nord- orientali della Germania, temuti nonostante il loro piccolo numero fra i popoli germanici vicini, quando nel V secolo si spostarono in Pannonia, nelle terre dell’attuale Ungheria, ed ebbero i primi contatti con la civiltà romana orientale, detta comunemente ‘bizantina’, gradualmente trasposero nel Santo Michele Arcangelo, ‘principe delle milizie celesti’, che con una spada fiammeggiante dava esecuzione alle volontà divine, il culto del dio guerriero Wotan.

Del resto, i Longobardi come i Romani, che si affidavano massimamente a Marte, avevano un solo dio: la Guerra!

Il nome Michele deriva dall’ebraico ‘Mi ke Elhoìm?’, che significa ‘Chi come Dio?’.

Nell’Apocalisse l’Arcangelo Michele è il capo degli angeli fedeli a Dio che scacciano dal cielo, il drago e i demoni ribelli, proprio perché, come gli uomini che di continuo si sopraffanno gli uni gli altri, senza tregua e riposo da quasi 5 milioni di anni! volevano essere non come Dio, ma almeno superiori!!

San Michele nei dipinti e nelle sculture è di solito raffigurato con la spada sguainata mentre calpesta il diavolo nelle sembianze di un drago. insomma un antesignano o un antenato di S. Giorgio. O se volete: sono la stessa cosa!

 

 

Culto micaelico presso i Longobardi

 

Tanto devoti, che si può parlare di Culto Micaelico. O per quello che interessa oggi a noi, qui a Piave di Brancoli di: Culto di S. Michele-S. Giorgio.

Sviluppatosi molto velocemente, dalla loro invasione (568), la conversione al cattolicesimo di questo popolo germanico, già completata durante il regno di Cuniperto (688-700).

Mezzo secolo appena prima della costruzione di questo edificio.

Con la venerazione all’Arcangelo Michele- S. Giorgio, depositari di quelle virtù guerriere un tempo adorate nel dio germanico Odino.

La Sacra di San Michele, in Val di Susa, prima tappa italiana di quella variante della Via Francigena che, attraverso tutta la Penisola, raggiungeva il santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano, dal quale era poi possibile salpare per la Terra santa.

La conversione dei Longobardi al cattolicesimo dall’arianesimo e dal paganesimo che professavano al momento del loro ingresso in Italia fu un processo graduale, che occupò tutto il VII secolo e che si accompagnò a divisioni politiche e ideali all’interno della gens Langobardorum. L’opera di conversione fu avviata dalla regina Teodolinda(589-626) e si appoggiò all’opera del missionario irlandese Colombano di Bobbio.

Il culto micaelico si sviluppò quindi entro un contesto di religiosità arcaica, presso la quale trovava terreno particolarmente fertile la venerazione dei santi, percepiti come affini alle divinità di ascendenza norrena della tradizione più antica del popolo. In Michele, l’angelo che difende spada in pugno la fede in Dio contro le orde di Satana, i Longobardi riconobbero in particolare le virtù di Odino, dio della guerra, guida verso l’aldilà e protettore degli eroi e dei guerrieri, avvertito come particolarmente vicino ai Longobardi fin dal loro mito delle origini.

Epicentro del culto micaelico presso i Longobardi fu il santuario del Gargano, dal quale si irradiò in tutto il regno longobardo; l’arcangelo guerriero fu presto considerato il santo patrono dell’intero popolo.

 

E’ del tutto comprensibile quindi che i Longobardi sotto l’influsso culturale dei Bizantini, nel momento in cui si avvicinavano al Cristianesimo, al Latino (ciascuna di queste cose non apprendendo mai appieno!) ne assimilassero in primo luogo gli aspetti che più si avvicinavano alle loro attitudini guerresche.

Nel 568 (la data tradizionale è quella del 1° Aprile che non ha però nulla a che vedere con la tradizione del “pesce” che è di origine romana con gli scherzi fatti soprattutto in questo giorno alle terme!) inizia l’invasione longobarda dell’Italia e dopo solo due anni, già vi è il primo duca di Benevento, Zottone.

Secondo la tradizione più volte in battaglia S. Michele Arcangelo accorse in aiuto dei longobardi di Benevento.

Quello che è bello in questa razza di bipedi che invece di combattere le avversità della Vita, di pensare a come essere migliori, ha lo scopo precipuo, per cui non dorme neanche la notte, di ingannare, disfare, e assoggettare il prossimo, vede poi le divinità nelle quali finge di credere, venire in suo soccorso. Insomma, come fosse riuscito persino ad ingannare Dio!!

Come voleva fare il Diavolo, in fondo. E che vi riuscì, solo con Eva, Adamo, Caino e la loro progenie.

In segno di devozione, comunque, i Longobardi di Benevento fondarono sul Gargano, vicino Manfredonia, un monastero dedicato a S. Michele Arcangelo (Monte S. Angelo).

A Lucca, la loro eredità, il loro dominio e influsso, che si innestava su Romani fondati come colonia dalla Gens Fabia, religiosa più che guerriera, se non nei tempi primi della monarchia, oltre esempi bellissimi di Pievi romaniche di campagna  e di montagna, ci ha lasciato la chiesa più bella e più importante, vero simbolo della città.

 

E il Brancolino? Non brancolate nel buio!

Come le fronde e i rami che danno il nome a questi poggi umidi ed aspri, anticipo di Garfagnana! che danno il vero nome a Brancoli e la Brancoleria. “Lui”, il Misterioso gnomo della Brancoleria, fino a questo articolo ignoto, non svelato, tiene mani e bracci alzate! Come le fronde appunto, mosse da questi venti, che da Nord minacciano queste prime terre etrusche!

 

Se avete letto la cosmogonia, il mito fondante dei Longobardi (che hanno lasciato ad iniziare dal mio, innumerevoli cognomi nella Vallata) già dalla “cura” di scolpire la barba avrete capito che si tratta di uno scultore longobardo!

 

Ma quale alieno, quale Tempio di Apollo, quali simboli fallici o addirittura membri maschili??!!

A noi pare, ma siamo pronti a ricrederci che sia una “povera”, ma incredibilmente bella, affascinante, quasi un astratto ante litteram! scultura longobarda

E quell’ammennicolo, quella prolunga…altro non sia che la cinta longobarda. Per favore, almeno in chiesa o almeno davanti, cerchiamo di essere riverenti.

Non però così fanatici come quello sconosciuto che vi ha dato, – la violenza è sempre frutto dell’ignoranza! – una martellata o un colpo sopra. Forse lo stesso, ma più facile: gli stessi che hanno amputato la testa di un serpente (?) nella finestra strombata o meglio, essendo dall’esterno, con sguancio, centrale dell’abside.

Altri segni, di altre guerre, sono sulla fiancata che scorre verso la strda, dove ci sono segni di schegge ed anche, si dice per sicuro, strusciate di mezzi cingolati.

 

CON LE BRACCIA ALZATE!

 

Allora, non perdiamo tempo ed addentriamoci nel segreto del Brancolino.

Nella Sacra Scrittura abbiamo moltissimi esempi in cui si pregava con le braccia elevate.

«E tutto il popolo, alzando le braccia, rispose: Amen, amen» (Ne 8,6);

«Onia… con le mani protese pregava per tutta la nazione» (2Mac 15,12).

Essi sono il simbolo di uno spirito rivolto verso l’alto, di tutto un essere che tende a Dio:

«Così ti benedirà finché io viva, nel tuo nome alzerà le mie mani» (Sal 63,5),

«Come incenso, salga a te la mia preghiera, le mie mani elevate come sacrificio della sera» (Sal 141,2).

Nell’Antico Testamento l’esempio più emblematico, più significativo di questo modo di rapportarsi con Dio, è certamente quello di Mosè.

Questi era un uomo che la tradizione biblica presenta come il mediatore fra Dio e la comunità e come modello di intercessione.

Sono le sue mani elevate che ottengono la vittoria contro Amalek:

«Quando Mosè alzava le mani) Israele era il più forte, ma, quando le lasciava cadere, era più forte Amalek»(Es 17,11).

I Santi Padri amavano paragonare questo atteggiamento di Mosè, con quello di Gesù sulla Croce.

Ed abbiamo fatto almeno due passi verso il “tesoro”!

 Tertulliano diceva: «Si statueris hominem manihus expansis, imaginem crucis feceris» (Se metti un uomo con le braccia aperte, ottieni la figura della croce -Nat. 1,12.7).

«il Maccabeo dopo (…) alzò le mani al cielo e invocò il Signore» (2Mac 15,21); «Tutte, con le mani protese verso il Cielo, moltiplicavano le suppliche» (2Mac 3,20).

L’uomo, nel pregare, alza gli occhi ed eleva le mani verso il cielo, con la fiducia di rivolgersi non più ad un «Dio lontano», ma ad un Padre.

Lo stesso Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a pregare, come ci testimoniano i Vangeli, sicuramente avrà insegnato loro anche ad alzare le braccia verso il cielo, invocando Dio «Padre». Quando pregate dite così Padre nostro (Lc 11,1-5; Mc 6,9-13).

Nella comunità dei primi albori del Cristianesimo, i fedeli alzavano le mani verso il cielo con molta semplicità (come oggi si tenta di fare, mi pare con poco successo e convinzione, nella Messa al Pater Noster…) com’è invece testimoniato da affreschi e sarcofaghi antichi, questi sì pieni di fede!

Che i cristiani pregassero così anche nei primi secoli, ci è largamente attestato dagli scrittori di quel tempo, a cominciare da Clemente Romano: Avviciniamoci dunque a Lui in santità di animo, levando a Lui, pure e nette le mani…» (I lettera ai Corinzi, XXIX. a cura di Igino Giordano, Roma, Paoline).

L’uso di pregare con le mani levate è anche attestato da Giustino nel dialogo con Trifone (XC,4) e da Minucio Felice (Oct. XIX) che, tra l’altro, farebbe intuire la perfetta identità di atteggiamento tra pagani e cristiani, ma Tertulliano, a tale riguardo, tiene a precisare: «Noi (cristiani) non solo leviamo, ma anche stendiamo le nostre mani verso il Signore, e prendendo a modello la Passione di Cristo (dominica passione modulantes),noi lo confessiamo pure con la preghiera… Del resto, adorando Dio con modestia ed umiltà, gli raccomandiamo molto meglio la nostra preghiera, se non gli rivolgiamo esageratamente le nostre mani, ma ad un’altezza moderata e conveniente, e se non eleviamo) più il nostro volto con arroganza…» (De oratione, 14 e 17; 1 CCL 1, p. 256-266).

Tertulliano, nel De oratione, paragona il volo degli uccelli, che stendono le loro ali a formare il segno della croce, al modo di pregare degli uomini con le braccia aperte.

Anche S. Cipriano (De domenica oratione, XXII), S. Giovanni Crisostomo, fino a Sant’Ambrogio testimoniano la preghiera fatta con le braccia alzate. Il Can. 20 del Concilio di Nicea ne fece espresso comando.

Elevare le mani verso il cielo significa voler offrire il mondo, e voler offrire tutto il nostro essere al Signore «che dà la vita».

L’alzare le mani è anche segno di resa nei confronti del Signore. E’ sempre Lui che prevale:« Tu mi hai sedotto (…) hai prevalso» (Ger 20,7).

È affidarsi completamente nelle Sue mani, come il bambino che si affida nelle mani del proprio papà.

Ma alzare le braccia è anche un darsi slancio verso il Signore Dio.

Alzando le mani verso l’alto, le palme sono aperte.

Segno di colui che chiede, che riconosce la propria povertà, che aspetta, che mostra ricettività di fronte al dono di Dio.

E quelle del Brancolino sono aperte e per di più hanno fori come di chiodi…

Mani aperte: l’opposto del pugno violento e delle mani chiuse dall’egoismo. Le mani aperte indicano anche la ricettività nell’amore, l’uomo mostra la propria disponibilità nel farsi amare da Dio, perché il lasciarsi amare non è meno divino di amare.

 

 

Pieve S. Cassiano di Controni

 

Ma facciamo un passo indietro a Mosè.

Non mi spiego perché, tra tanti studiosi d’arte, storici, sovrintendenti che hanno visitato, parlato e scritto di questa Pieve, nessuno l’abbia collegata ad esempi romanici e longobardi, vicini e lontani, ma tutti significativi. Anche per capire il Brancolino!!!

 

Allora andiamo a S. Cassiano di Controni, nella Val di Lima, in una chiesa che, guarda caso! ha tanti santi tutti così comuni al Morianese: come Ansano, Cassiano a cui è intitolata…

Qui, il “Cassianino” non ha avuto tanta fama, (e infatti non esiste come figura, nome o leggenda!) perché qualcuno si è premurato di capire lo sforzo di conversione di questi “barbari” del Nord, verso il Cristianesimo e quindi è stato facile associare queste figure, un po’ meno naif, (come pretende questa Pieve più ricercata, più raffinata della nostra di oggi della Brancoleria) e quindi senza fantasie apollinee o ufologiche, si è più facilmente arrivati a Mosè.

Sto parlando di una quasi coeva scultura qui presente nella splendida lunetta romanico-longobarda dove sopra i nodi longobardi …

Questi però il “liberatore e guida del viaggio” che portò il Popolo Eletto fuori dall’Egitto e dette i Comandamenti (Giosuè, che poi sta per Gesù, è invece il “conquistatore” colui al quale è concesso, ma non a Mosè di entrare nella Terra Promessa) ha come il Brancolino che ormai sarebbe rispettoso non chiamare più così…le braccia alzate! Ma siccome finchè le tiene così per l’aiuto di Dio gli Ebrei sono vincenti nella guerra e lo sterminio degli A….è aiutato da ….

 

 

 

Chi non ha bisogno di aiuto è il Brancolino, perché… lasciamo pure aperta una porta, ad una seconda assai meno eventuale ipotesi… ALTRI NON È CHE GESÙ NELL’ATTO DI SALIRE AL CIELO!!!

 

E quassù su questi colli così vicini al cielo, con il Serchio e le cattiverie dei legislatori e dei geometri che hanno edificato selvaggiamente tutta la piana, che si vede laggiù, piena di inquinamenti delle pèoche fabbriche rimaste e delle auto sempre di più tanto che per risolvere il problema del respiro e del lavoro, cioè dei polmoni sempre più a rischio, come il reddito, necessita velocemente di fare altri assi viari e ponti e cemento su quel Serchio sempre più misero di acqua! ci si sente più lontani da tutte le malvagità dell’uomo, è più facile capire l ‘Ascensione che il Vangelo di Luca riporta  così come questo “ Ligabue-longobardo” scolpì così singolarmente:

 

« Poi [Gesù] li condusse fuori [i discepoli] verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio. »   (Luca 24,50-53)

 

Scultura posta ad Oriente al sorgere del Sole dalle parti di Matraia-Mater Matuta, con l’…orientamento che la chiesa poteva avere originariamente. Scultura ingenua, ma fino ad un certo punto, perché gli antichi avevano una saggezza tale che le loro strade erano sufficienti, le più brevi (non come le rotonde e i dossi artificiali che pongono incredibilmente i nostri “amministratori per caso”, in un Paese dove per controllare le Maestre degli Asili, che in antico, stava per “inviolabile” e per i Romani si poteva dire anche : “Lazio”!) non è che si educano queste ad essere delle Insegnati –Mamme, ma non si trova miglior rimedio che delle telecamere che le spiino anche dentro i gabinetti!) dicevo questa pietra non è così semplice, tanto che fino ad oggi era rimasta incompresa!

 

Cristo, come Ebreo e quindi non Romano, viene condannato all’esecuzione più infamane e dolorosa, che Cicerone non esita a chiamare:

“il supplizio più crudele e il più tetro”, cioè il PATIBULUM.

Per noi patibolo ha significato di condanna a morte. Ma non era così.

Patibolo infatti non viene come spontaneamente si sarebbe condotti a credere da: patire, ma da “PATEO” STO APERTO, MA CON LE BRACCIA!!!!!

 

STO APERTO CON LE BRACCIA E CON IL PALMO DELLE MANI A MOSTRARE IL SUPPLIZIO RICEVUTO, COME …IL BRANCOLINO!!!!

Il condannato era legato all’altezza dei gomiti al “patibolo”, il legno che costringeva il povero uomo o il Cristo! a… stare aperto con le braccia! E dopo la fustigazione, doveva portarsi il suo supplizio fino al luogo dell’esecuzione dove era bene infisso in terra, inl braccio orizzontale della croce. Sul quale s’incastrava il patibolo.

A volte per maggiore crudeltà, cioè rendere più lunga l’agonia ed il dolore, il palo verticale era provvisto di una specie di seggiolino e di un appoggio per i piedi. Che anch’essi venivano legati per le caviglie.

Al momento dell’esecuzione della condanna, si provvedeva ad inchiodare le mani, forse proprio nel palmo, e i piedi, sul dorso, quello che chiamiamo normalmente “fiocca” perché qui allacciamo le nostre scarpe!

La morte sopraggiungeva, lenta, per collasso dei polmoni, stretti dalla morsa della cassa torica che li comprimeva e per conseguente collasso cardiocircolatorio.

 

 Lasciamo aperta una seconda, assai remota, possibilità che ci viene da un ricordo di una lunetta della Sardegna

In seconda ipotesi, infatti, (la citiamo perché ricordiamo l’esistenza di una scultura simile in Sardegna, nella Formella romanica della rivelazione del martirio in croce di San Pietro, a Bulzi, nella cosiddetta chiesa di San Pietro delle Immagini, che è posteriore ma reimpiega questa antica pietra) può essere Pietro che riceve la profezia del suo martirio.

 

Gv 21,18-19: quando, siamo però sempre dopo la risurrezione, Gesù si intrattiene con i suoi sulle rive del lago di Tiberiade. In particolare, si svolge un dialogo molto importante tra lo stesso Gesù e Pietro,  ed alla fine di tale dialogo, Gesù, dopo il terzo invito a pascere il suo gregge, aggiunge:

“18 In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. 19 Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”.

 

In questo caso, si tratta di una libera trasposizione plastica della Rivelazione di Gesù sul martirio in croce di Pietro, ricordata dall’evangelista Giovanni: “Quando eri giovane ti cingevi e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio stenderai le braccia e un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorrai. Disse questo per indicare con qual genere di morte avrebbe glorificato Dio”.

Anche qui, l’ipotesi è sostenuta, oltre che dal riscontro della cintura (Pietro è l’unico a portarla), anche dalla postura delle mani appena voltate all’esterno, in linea con un ideale patibulum, piuttosto che verso l’alto come quelle di un orante.  

 

Ma noi propendiamo, per il Brancolino, decisamente, per ciò che abbiamo detto precedentemente!

 

 

Quasi…Post Scriptum: non ho mantenuto la parola data di trattare gli interventi della Scuola di Guidetto all’interno della bellissima e che credo ora possiate rivedere nel suo esatto valore che non è davvero poco! Non l’ho primo perché il pezzo è troppo lungo per Internet e già l’Editore su questo fatto rumoreggia non poco (e la Redazione mi dà del “passatista” di uomo ormai legato al passato, vista che scrivo cose chilometriche quando a presenza  media di un lettore è di 11 secondi!9 un po’ perché a coloro che sanno leggere (a me non interessa chi resta pochi secondi perché senz’altro hanno da  fare cose più importanti che di occuparsi di Storia, Cultura, Religione o Antropologia…) ho già dato tanti indizi che ritroveremo questa figura, per tanti versi enigmatica…tanto che a volte si dubita della sua esistenza o di come abbia speso la sua esistenza o se inlui si sommino le opere di più autori come spesso accade nella storia dell’Arte, in altre chiese che presto visiteremo!!

Quando ? Presto, prestissimo, a partire dalla prossima domenica, alla quale Vi rimando e Vi aspetto sempre così numerosi e attenti, perché coloro che mi leggono e mi scrivono, sanno che leggere con amore, come io scrivo di queste cose, si guadagna molto più di 11 secondi!!

Quelli che Mennea, (con il quale ho brevemente collaborato quando lavoravo nell’ufficio stampa di Di Pietro, a Roma, e per questo lo ricordo con affetto, nonostante il suo carattere non facile) metteva per percorrere anche qualche metro in più dei 100 canonici, per i quali scendeva sotto i 10, ma per arrivare a questi risultati sapeva che bisogna lavorare e faticare e studiare tutta una vita!!

Altro che Internet, telefonino ed happy hour!! Non date questi messaggi ai Vs. figli, perché altrimenti tra poco, per loro, senza Cultura e studio e sacrificio, in Italia non ci sarà più lavoro per loro!

 

con grande affetto e passione,

Daniele Vanni

 

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