PORCARI Studenti davanti all’orrore Scuole lucchesi a Birkenau – Cronaca

da
Advertising

Porcari (LUCCA) –

LUCCA. Luciana Pacifici aveva poco più di sette mesi, morì in braccio alla sua mamma rinchiusa nel carro bestiame piombato diretto ad Auschwitz, stremata dalla fame e dal freddo dell’inverno 1944.Non può e non deve essere dimenticata. Per questo i ragazzi del Treno della Memoria hanno voluto ricordarla ieri mattina a Birkenau durante la toccante cerimonia legata al progetto “Un nome, una storia, una memoria” proposto dal Museo della Deportazione e Resistenza, nel contesto dell’iniziativa della Regione che ha portato in questi giorni ad Auschwitz circa 40 studenti e cinque insegnanti provenienti da altrettanti istituti superiori del territorio di Lucca (Pertini, Carrara Nottolini Busdraghi, Barsanti e Matteucci di Viareggio, Piana di Lucca di Porcari, Chini Michelangelo di Lido di Camaiore).

In tutto sono oltre 550 gli studenti (tra questi sessanta universitari) e circa sessanta i docenti, provenienti da tutta la Toscana, che prendono parte all’edizione 2019 del Treno della Memoria promosso dalla Regione.

La storia

Luciana era figlia di Elda Procaccia e di Loris Pacifici. Erano tutti insieme nel treno maledetto, partito dal famigerato binario 21 della stazione di Milano. La famiglia Procaccia, originaria della Toscana, viveva da tempo a Napoli. I Procaccia e i Pacifici nell’estate 1943 cercarono rifugio dai parenti in Toscana. Luciana e il suo nucleo familiare, in tutto dieci persone, raggiunsero Cerasomma, una frazione di Lucca. Ma qui, il 6 dicembre, furono denunciati e arrestati dai fascisti. Vennero trasferiti prima nel campo di internamento a Bagni di Lucca, poi nel carcere di Milano, ultima destinazione Auschwitz. Della sua famiglia non si salvò nessuno. La città di Napoli, dove la piccola era nata, qualche anno fa le ha intitolato una strada.

studenti e insegnanti

È toccato alla studentessa Giulia Pesetti del Liceo Chini di Lido di Camaiore, rinnovare la memoria di Luciana Pacifici, pronunciando il suo nome a Birkenau durante la cerimonia che ha concluso la visita al campo di sterminio. «Ho imparato cosa vuol dire la parola Shoah, ho appreso, grazie alla scuola e alla mia famiglia, le atrocità commesse in passato che mi fanno riflettere su molte cose, anche del presente» – afferma la studentessa Giulia Pesetti.«Mi sono più volte posta il problema, di come trasmettere questa orribile pagina della storia ai miei studenti-– commenta la professoressa Chiara Nencioni, docente al Chini – Penso che non solo vada contestualizzata nel periodo storico, ma anche attualizzata, confrontando i razzismi di ieri con i razzismi di oggi, i profughi di ieri con profughi di oggi, le guerre di ieri e quelle di oggi».

Il progetto

“Un nome, una storia, una memoria” costituisce una opportunità che viene offerta ai ragazzi per stabilire un rapporto più diretto e personale con la storia. «Prima di partire abbiamo consegnato ad ogni studente e studentessa il nome di una persona deportata ad Auschwitz da custodire e portare con sé in viaggio per poi pronunciarlo a voce alta davanti ad un microfono il 21 gennaio, al termine della visita guidata e prima della cerimonia davanti al memoriale di Auschwitz-Birkenau – spiegano Aurora Castellani e Camilla Brunelli,

presidente e direttore della Fondazione Museo della deportazione che ha sede a Prato – Ogni storia individuale, dalla persecuzione alla deportazione e nella maggior parte dei casi fino alla morte, comprende già ogni aspetto della tragica storia dello sterminio nazista». —

Fonte: Il Tirreno

Advertising