PORCARI A tu per tu con Gherardo Colombo, ex magistrato di Mani Pulite: “Oggi vedo una grandissima svalutazione della competenza, il saper fare le cose sembra non avere più rilevanza”

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L’ex magistrato Gherardo Colombo, a margine di un evento a Porcari, ha concesso un’intervista a Lo Schermo durante cui si è lasciato andare ad alcune significative riflessioni su temi importanti del passato e del presente. Una lucida analisi di “Mani Pulite”, la crisi della politica e della magistratura e le distorsioni del sistema carcere: questi sono solo alcuni degli argomenti affrontati da uno dei personaggi più rilevanti della storia recente del nostro Paese.

Insieme ad altri, lei ha di fatto posto fine alla prima Repubblica. All’epoca i politici erano visti dall’opinione pubblica come il male assoluto. Oggi come reputa la politica? È cambiato qualcosa?

Secondo me non siamo mai passati da una prima ad una seconda Repubblica. Per un passaggio del genere, infatti, sarebbero necessarie delle modifiche costituzionali – anche di un certo rilievo – che invece nel nostro paese non ci sono state. Da noi, semmai, rispetto ad allora è cambiata la legge elettorale…però è cambiata più volte, credo che dovremmo essere alla quarta o alla quinta Repubblica!
Diciamo che, a mio avviso, i cambiamenti non sono dipesi direttamente da “Mani Pulite”. “Mani Pulite” è stata, piuttosto, una delle conseguenze di una causa che ha portato anche al disaffezionamento nei confronti dei partiti politici tradizionali. Una causa che io identifico nella caduta del Muro di Berlino, simbolo del superamento di un mondo diviso in due blocchi: il comunismo da un lato e, dall’altro, la democrazia occidentale. Dopo il venir meno del blocco comunista c’è stato un disorientamento generale che ha condotto alla caduta dei partiti politici e che ha consentito che, finalmente, si indagasse sulla corruzione di alto livello. Una cosa, questa, che prima era impossibile portare a termine, nonostante i vari tentativi che pur si sono verificati.
Come vedo la politica oggi? Sinceramente vedo una grandissima svalutazione della competenza. È come se per fare le cose non fosse più importante essere competenti. Il saper fare le cose sembra non avere più rilevanza. E questa a mio parere è una crisi che non investe soltanto la politica. È una situazione trasversale che, ad esempio, interessa anche il mondo delle imprese, la managerialità nel suo complesso ed il tessuto economico-produttivo del paese, pur con eccezioni non trascurabili.
Tra i molti fattori che determinano la situazione c’è anche la possibilità di esprimersi che dà internet in modo tanto diretto da proporre una alternativa alla democrazia rappresentativa. Ci si dimentica però che per esercitare la libertà, e dunque per fare scelte, è necessario conoscere le alternative. Esiste, cioè, a mio parere, un enorme problema riguardo all’educazione all’esercizio della libertà, che spesso viene confusa con l’arbitrio o addirittura con l’onnipotenza. La democrazia diretta richiede, per poter funzionare, grandi investimenti nell’educazione e nell’informazione.

Ritiene che oggi la magistratura abbia un potere eccessivo? Secondo lei ciò è dovuto al fatto che in politica non ci sono più personalità di spessore e rilievo a fare da contrappeso?

Ultimamente rifletto molto sull’argomento. Non credo di sbagliarmi, oggi il problema – che riguarda la magistratura penale, in particolar modo quella requirente – dipende molto dalla riforma del codice di procedura penale del 1988. Una riforma a cui io, peraltro, ho contribuito personalmente perché facevo parte della commissione che si occupava dei maxi-processi. Ecco, a mio avviso quella è stata la causa ultima della sovraesposizione attuale del Pubblico Ministero. Un Pubblico Ministero che, sostanzialmente, nella sua attività tende oggi a trasformarsi in una sorta di superpoliziotto. Paradossalmente oggi il Pubblico Ministero dipende dall’essere parte, che è per definizione parziale. Sia chiaro, io non rimpiango un sistema inquisitorio come quello precedente, però il Giudice Istruttore era, almeno per definizione, terzo.
Ovviamente, anche all’epoca c’erano differenze: anche a quel tempo succedeva che qualche Giudice Istruttore non fosse imparziale, che dipendesse dal modo di pensare secondo il quale nei cassetti del potere non si deve guardare. E l’ironia stava nel fatto che si trattava di magistrati generalmente definiti come “non politicizzati”.
Ecco, alla luce di ciò, oggi è quasi ineluttabile che si completi il percorso, già da tempo in atto, verso la separazione delle carriere. Questo comporterà che anche quel poco della cultura della giurisdizione che ancora ha il Pubblico Ministero si perderà completamente.

Lei ha una visione parzialmente discorde rispetto a quella del Prof. Coppi, che recentemente ha sottolineato l’inutilità di una eventuale separazione delle carriere: il problema, secondo lui, è altrove.

Anche secondo me non cambierebbe molto, perché la cultura del Pubblico Ministero è già adesso diversa da quella del Giudice. Tuttavia il mio timore è che la cultura del Pubblico Ministero contagi quella del Giudice, indipendentemente dalla circostanza che i due uffici siano separati o meno.

Veniamo adesso alla questione carcere: la casa circondariale di Lucca è una struttura vetusta, del 1700. Secondo i dati dell’Associazione Antigone nel carcere San Giorgio c’è un tasso di sovraffollamento del 175,8% e, l’anno scorso, ci sono stati ben 36 casi di autolesionismo. A suo avviso il sistema carcere, per come oggi è percepito, ha ancora uno scopo e un senso? Quali soluzioni si potrebbero adottare per risolverne i problemi?

Uno scopo sicuramente ce l’ha. Da un punto di vista filosofico oggi diffuso, infatti, la funzione del carcere consiste nella retribuzione: è la realizzazione pratica dell’idea che chi ha agito il male debba a sua volta subire il male. Sotto il profilo politico, peraltro, il carcere paga tantissimo a livello elettorale, ragion per cui si fa anche molta fatica a modificarlo.
Le soluzioni alle problematiche del sistema penitenziario? A mio avviso, se vogliamo guardare in prospettiva, è necessario innanzitutto depenalizzare molti reati, perché oggi si va in carcere anche per cose che non credo meriterebbero la pena detentiva. Il carcere, inoltre, dovrebbe essere destinato solo a chi è veramente pericoloso. E, comunque, negli istituti di pena dovrebbero essere in ogni caso garantiti tutti i diritti fondamentali della persona che non contrastano con le esigenze di tutela della collettività: spazio vitale, salute, igiene, istruzione, affettività.
Potremmo prendere esempio dai paesi stranieri più evoluti, dove il carcere è così diverso dal nostro che i nostri compatrioti spesso faticano a chiamarlo carcere.
Devo comunque rilevare che quando sono entrato in magistratura non esistevano le pene alternative: sono intervenute modifiche anche rilevanti, benché ancora non sufficienti.

A suo avviso, nonostante l’introduzione di quelle misure alternative alla detenzione a cui ha appena fatto riferimento, nella magistratura c’è ancora una tendenza a voler destinare comunque al carcere il soggetto coinvolto nel procedimento penale?

La cultura è generalmente quella, sì. Non è che non si ricorra mai alle misure alternative, oggi il numero di coloro che scontano la pena tramite una misura alternativa è grosso modo equivalente a coloro che la scontano in carcere. Però, culturalmente, credo che anche da parte di tanti magistrati si tenda ancora ad identificare la risposta alla trasgressione con il carcere. E, d’altra parte, questa è la posizione di larga parte della cittadinanza e della politica.

Fonte: Lo Schermo

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