MODENA – SBLOCCARE LA RIFORMA DELLA LEGGE SULLA CITTADINANZA

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L’approvazione definitiva della riforma della legge sull’acquisizione della cittadinanza che introduce lo “jus soli temperato” e lo “jus culturae” e che da oltre un anno è in attesa di discussione al Senato dopo il via libera della Camera dei deputati. È quanto chiedono i due ordini del giorno, proposti rispettivamente dal Pd e da Per me Modena e Art.1-Mdp, e approvati dal Consiglio comunale di Modena nella seduta di giovedì 20 aprile. Entrambi gli ordini del giorno hanno ottenuto il voto favorevole di Pd, Movimento 5 stelle, Per me Modena, Art.1-Mdp e di Giuseppe Pellacani (FI). Contrario Andrea Galli (FI) e astenuta Idea-Popolo e libertà.

Entrambi gli ordini del giorno fanno riferimento alla campagna nazionale “L’Italia sono anch’io”, promossa in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia con l’intento di promuovere l’uguaglianza tra persone di origine straniera e italiana che vivono, crescono, studiano e lavorano in Italia e che ha lanciato la raccolta di firme per due leggi di iniziativa popolare sulla modifica dei requisiti per ottenere la cittadinanza. La riforma prevede l’introduzione dello “jus soli” temperato e dello “jus culturae”. In base al primo un minore può acquisire la cittadinanza se nato in Italia e se almeno un genitore ha un permesso di soggiorno di lungo periodo o permanente. Nell’acquisizione della cittadinanza in base allo “jus culturae” assume invece un ruolo fondamentale il percorso formativo del minore per almeno cinque anni, se il minore non ha ancora 12 anni, o per almeno un ciclo di studi conclusosi con l’ottenimento del titolo se ne ha di più, oltre a 6 anni di residenza.

Nel dibattito che ha preceduto l’approvazione Domenico Campana (Per me Modena) ha definito “un compromesso” la legge, sulla quale non è possibile dare un giudizio “del tutto positivo” ma comunque “da approvare al più presto” è il commento di che ha criticato la possibilità di acquisire la cittadinanza sulla base dello “jus culturae” perché si dà al circuito della formazione un potere improprio quando si richiede che il bambino abbia svolto con successo il ciclo scolastico. Così si introduce un elemento di merito, ma i diritti non si meritano. Si riconoscono e poi si tutelano”.

Chiara Susanna Pacchioni, Pd, ha affermato che nella scuola la presenza di bambini stranieri nati in Italia “è ormai un dato strutturale. Questi bambini parlano la stessa lingua dei nostri e studiano la storia del nostro paese, ma questo non basta a farli uguali. Sono bambini sospesi, non del tutto italiani e non più appartenenti al loro paese d’origine ai quali è urgente garantire il pieno titolo di cittadine e cittadini”. Per Simona Arletti la legge attuale è “inadeguata rispetto al grande numero di ‘stranieri’ nati nel nostro Paese e rischia di creare ostacoli alla loro inclusione. Ma per governare al meglio la nostra comunità abbiamo bisogno di far sentire questi ragazzi modenesi a tutti gli effetti. Con questa riforma diamo loro un’occasione per sentirsi italiani”. “Con questo ordine del giorno – ha affermato Andrea Bortolamasi – noi chiediamo un diritto in più, raccogliendo tra l’altro le sollecitazioni di una campagna dal basso come L’Italia sono anch’io”. Per Grazia Baracchi, la previsione dello “jus culturae” è “un’opportunità in più: alla scuola non viene riconosciuto un potere ma un ruolo fondamentale nella crescita di questi ragazzi. Con gli strumenti che ha, e che certamente possono essere migliorati, la scuola cerca sempre di includere e mai di escludere”.

Per Marco Cugusi (Art.1-Mdp) anche questa legge, “frutto di compromesso, è meglio di nessuna legge”. Per il consigliere “raccogliere consensi opponendosi a qualsiasi forma di integrazione è un basso esercizio politico. Ma se si riesce a integrare le persone diminuiscono rabbia, violenze, insicurezze. Questo però è possibile solo facendo scelte culturali e politiche non di sicurezza”.  

Elisabetta Scardozzi, M5s, ricordando che in Italia vige il principio in base al quale la cittadinanza si acquista per jus sanguinis, ha affermato che questo fa sì che la cittadinanza “sia intesa alla stregua di un gene che si trasmette per via ereditaria e non per partecipazione quotidiana alla vita della società. È necessario dunque riscrivere la norma per includere chi è nato in Italia o qui ha compiuto il proprio percorso scolastico. Persone che in Italia hanno stabili progetti di vita e hanno intenzione di assumersi i diritti e i doveri di cittadino italiano”. Marco Bortolotti ha sottolineato che “pur vivendo in una società multiculturale non abbiamo ancora preso una decisione in merito. Quello che sta avvenendo quindi è importante perché parliamo di dignità delle persone ed è anche importante che ne discutiamo in Consiglio”.

Per Giuseppe Pellacani (FI), che ha dichiarato di esprimere una posizione personale, “non affrontare il fenomeno dell’immigrazione o farlo solo su basi ideologiche sarebbe un errore non solo politico ma storico, perché certi fenomeni non vanno osteggiati ma regolati. La realtà cambia e la legge si deve adeguare: i bambini di origine straniera nati in Italia non sono diversi dai nostri e devono avere una connessione reale tra il luogo dove risiedono e il diritto a considerarlo il proprio paese. negare a un bambino sostanzialmente italiano il diritto di cittadinanza è privarlo di un diritto della persona”.

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