[ALTOPASCIO] L’abbraccio della città al sindaco galantuomo

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LUCCA. C’era tutto il suo mondo nella chiesa di San Marco: l’inizio e la fine del suo percorso umano, professionale e politico. Gli amici di partito e gli avversari nelle bagarre in consiglio comunale. Perché tutti, indistintamente, gli riconoscevano una dote: l’etica. Unita a un’onestà di fondo che arrivava da lontano. Dalle scelte familiari del cattolicesimo democratico e da una passione e un impegno civile che ne facevano un punto di riferimento per la comunità lucchese. Sarebbe stato orgoglioso il galantuomo-geometra Piero Baccelli, sindaco tra il 1985 e il 1988, morto sabato all’età di 89 anni, nel vedere riuniti sul sagrato della sua chiesa per tributargli l’ultimo saluto, quei volti solcati dalla rughe, con i capelli imbiancati, per chi ancora li ha in testa, e con lo sguardo che cela i ricordi di una stagione politico-istituzionale che appartiene ormai alla storia e che il tempo, autentico serial killer silenzioso e inesorabile, tende a cancellare. C’erano i suoi compagni di viaggio della politica: da Antonio Nuti a Nicodemo Lazzari, da Vincenzo Placido (ex Psi) a Piero e Luigi Angelini e tanti altri nomi di consiglieri ed esponenti democristiani dal Settanta al Novanta. E accanto a loro tanta gente comune. Magari anche qualche commerciante che – tra il 1985 e il 1987 – lo aveva aspramente criticato quando da primo cittadino chiuse l’accesso alle auto al centro storico facendo scoppiare una rivolta che stava per trasformarsi in una storica serrata. Ma Piero Baccelli, da grande mediatore qual era, riuscì con il buonsenso e le doti di alta diplomazia, a rompere il fronte dei negozianti e a far rientrare la clamorosa protesta. Un sindaco innamorato della sua città e decisamente precursore dei tempi.

Le istituzioni. Il feretro arriva puntuale. Dietro alla bara ci sono i figli Luca, professore ordinario di filosofia del diritto all’università di Camerino, e Stefano, presidente della Provincia per due mandati e adesso consigliere regionale, accompagnati dalle rispettive famiglie. Assieme a Stefano Baccelli arrivano il presidente del consiglio regionale Eugenio Giani e i parlamentari Andrea Marcucci e Raffaella Mariani. E seduta in prima fila ci sono il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini e il presidente della Provincia e sindaco di Capannori, Luca Menesini. E poi, tra gli altri, l’ex sindaco di Lucca Pietro Fazzi, Rovai e Baccini (ex sindaci di Porcari), Sara D’Ambrosio (sindaco di Altopascio, Patrizio Andreuccetti (sindaco di Borgo a Mozzano), l’ex presidente della Provincia Andrea Tagliasacchi e l’assessore regionale all’agricoltura Marco Remaschi.

Il rito funebre. A concelebrare il rito liturgico, assieme al parroco di San Marco, don Marco Gragnani, e ad altri due sacerdoti, l’arcivescovo Italo Castellani che ha parlato di «politica della carità e del bene comune» in riferimento all’operato di un amministratore formatosi nel movimento cattolico legato all’impegno sociale e alla risposta ai bisogni delle persone che era un unicum con l’impegno professionale, politico e familiare.

Lettera a un padre. Sono le 16,27 e tutto si è compiuto. Ma prima che la cassa contenente le spoglie mortali di Piero Baccelli esca dalla chiesa per compiere l’ultimo viaggio verso il camposanto, il figlio Stefano si alza dalla panca, si dirige verso l’altare e – riuscendo a trattenere a stento la commozione – si rivolge al genitore scomparso per ringraziarlo: «Mi hai insegnato che a sorridere si fa prima e si fa meglio, mentre per arrabbiarsi c’è sempre modo e tempo. Mi hai insegnato quanto si può amare il prossimo e a non farsi calpestare dal prossimo. Non mi hai mai parlato di onestà, tanto la questione dovesse essere scontata e non hai voluto scrivere la storia, ma piuttosto lasciare piccole tracce nel cuore delle persone che hai incontrato. Grazie per avermi fatto odiare gli arroganti e i prepotenti trasmettendomi vicinanza e simpatia per deboli e perdenti. Mi hai insegnato che la dolcezza non è un’antitesi della forza e che serietà ed allegria non sono necessariamente nemiche. Grazie perché da te ho imparato che a volte è meglio sedersi tra le ultime file e soprattutto grazie per

il tuo sorriso e il tuo formidabile senso dell’umorismo che si abbatteva con un’inarrivabile, morbida e garbata dolcezza sull’interlocutore di turno, al quale non restava altro da fare se non ridere, anche lui, di se stesso».

Addio Piero, che la terra ti sia lieve.

Fonte: Il Tirreno

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