[ALTOPASCIO] Conte of Florence, un crac da 21 milioni

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LUCCA. Un colpo durissimo inferto al mondo della moda. Il tribunale dichiara inammissibile la proposta di concordato preventivo presentata dai legali della «Conte of Florence Distribution spa» con sede ad Altopascio e ne dichiara il fallimento nominando curatore Riccardo Della Santina e fissando per il 5 febbraio l’esame dello stato passivo. Adesso sono a forte rischio una settantina di posti di lavoro dei dipendenti della spa leader nel campo della produzione e commercio di articoli di abbigliamento e accessori. Ed è tutto da scrivere il futuro di circa 200 dipendenti dei 48 punti vendita Cof outlet e retail sparsi in tutta Italia (in Toscana sono a Lucca, Forte dei Marmi, Livorno, Pisa aeroporto, Campi Bisenzio, e tre a Firenze: Gigli, aeroporto, centro storico).

SITUAZIONE DEBITORIA

Nel 2017 – a nemmeno 4 anni dall’acquisto della Conte of Florence (Cof) attraverso la creazione nel 2014 della newco «Conte of Florence Distribuition spa» da parte della «Dekker&Kejo» di Altopascio che nel 2012 aveva affittato il ramo d’azienda subentrandone nella gestione – la situazione debitoria si fa insostenibile: con oltre 3,5 milioni dovuti ai creditori privilegiati (banche, dipendenti, Erario) e 17,6 milioni ai creditori chirografari (fornitori). Il rigetto del piano concordatario da parte del tribunale fallimentare lucchese si basa principalmente su pregresse traversie aziendali. La storica ditta fiorentina «Conte of Florence» risale al 1952, dall’iniziativa del giovane imprenditore Romano Boretti che rilevò il negozio Con.T.E.-Confezione Tessuti Esclusivi. Ma la crisi del settore porta nel 2012 alla costituzione della «Conte of Florence Distribution spa» che stipula il contratto d’affitto di ramo d’azienda con la storica impresa fiorentino poi acquistata nel 2014 dalla curatela fallimentare a 6 milioni di euro. Un anno dopo però la «Conte of Florence Distribution spa» cede il prestigioso marchio alla bulgara «Pentacompany» di Sofia al prezzo di 1,3 milioni riservandosi il diritto esclusivo del marchio per i mercati esteri mentre per quello italiano ottiene l’uso esclusivo e gratuito sino al 2017 e con royalty dell’1% del fatturato annuale sino al 2018.

AGENZIA DELLE ENTRATE

Lo scorso anno l’Agenzia delle Entrate accerta che la bulgara «Pentacompany» è una scatola vuota: non ha consistenza organizzativa e gestionale e la gestione del marchio sui mercati esteri è in realtà svolta dalla Cof. Una cessione che per i giudici fallimentari è meramente fittizia e con l’unico scopo di mettere in sicurezza il marchio da un nuovo fallimento. E il piano industriale quinquennale redatto nel 2017 dalla Ernest Young che prevede di raggiungere un giro d’affari di circa 38 milioni di euro, di cui nel canale wholesale 54% Italia e 46 all’estero? Per i giudici si tratta di un documento non firmato rispetto al quale la società di consulenza Ernest Young «non presta alcuna garanzia, espressa o implicita, circa la veridicità e competenza né del modello e nemmeno delle relative proiezioni». Un modello generico dove vengono esposte possibili azioni del futuro piano industriale, ma non si spiega perché tali azioni produrranno un profitto anziché ingenti perdite come avvenuto in precedenza. Non solo il concordato sarebbe in continuità senza quindi che vi siano – come accade quasi sempre in queste situazioni – aziende esterne disposte all’affitto con l’impegno dell’acquisto e non ci sarebbero certezze sulla effettiva vendita dell’azienda al prezzo indicato dal piano (6,6 milioni), ma i giudici non capiscono come possa essere messa a disposizione dei creditori la somma di 4,5 milioni se tali crediti dovranno essere ceduti per ricavare la liquidità necessaria al finanziamento dell’attività produttiva.

IL PIANO BOCCIATO

La proposta di concordato bocciata dai giudici prevedeva la continuazione dell’attività aziendale della «Conte of Florence Distribution spa» con il soddisfacimento dei creditori entro 4 anni dall’omologa con il pagamento integrale dei creditori privilegiati (3,4 milioni) e il 25% ai chirografari (17,6 milioni). In che modo? Prima di tutto utilizzando i crediti verso clienti in contabilità ad ottobre 2017 pari a 7,1 milioni svalutati del 43% e quindi a 4 milioni e crediti diversi per un totale di 4,5 milioni. Il pagamento avverrebbe al termine del quadriennio visto che l’importo

medio tempore è assorbito nelle prime fasi del processo industriale per esigenze di liquidità. Poi con il ricavato della cessione dell’azienda stimato in 6,1 milioni e infine con il flusso di cassa derivante dalla gestione per continuità aziendale per 4 anni pari a 72mila euro.

Fonte: Il Tirreno

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